QUANDO ancora non è necessario il trattamento in terapia
intensiva, i pazienti ospedalizzati, colpiti da Covid-19 possono essere
sottoposti al Colvid-19, un nuovo protocollo di studio che tratta il
Coronavirus con la colchicina. Il progetto è promosso dalla Sezione di
Reumatologia del Dipartimento di Medicina dell’Università di Perugia e
realizzato sotto l’egida della SIR (Società Italiana di Reumatologia, che
finanzia anche la ricerca), della Società Italiana di Malattie Infettive e
Tropicali (SIMIT) e dell’Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri (AIPO).
COME mai proprio la colchicina? “La colchicina è un
vecchio farmaco che da molti anni utilizziamo contro alcune patologie
infiammatorie acute, come gotta e pseudogotta, e altre forme infiammatorie
croniche - afferma il prof. Roberto Gerli,
Presidente Eletto di SIR e uno dei Principal Investigators dello studio -.
Presenta delle peculiarità e delle potenzialità estremamente interessanti. Il
farmaco può avere un’azione antivirale, ma contemporaneamente è in grado di
bloccare la risposta infiammatoria del sistema immunitario senza però causare
una immunodepressione. Sono tutte caratteristiche che possono essere sfruttate
per limitare e quindi prevenire alti livelli di infiammazione responsabili dei
danni d’organo determinati da un agente patogeno estremamente pericoloso e
insidioso come il Coronavirus”. Lo studio COLVID-19 si
svolgerà sull’intero territorio nazionale e potranno partecipare tutti i centri
che inoltreranno una richiesta. “Dai dati finora disponibili emerge che circa
il 25% dei pazienti ricoverati, a causa del virus, ha un peggioramento clinico
che causa la necessità di ventilazione meccanica o il ricovero in terapia
intensiva - prosegue il prof. Gerli -.
Come comunità scientifica dobbiamo quindi trovare nuovi trattamenti per ridurre
l’infiammazione polmonare e di altri organi e di conseguenza le
ospedalizzazioni. Così sarà possibile dare nuove chances di sopravvivenza agli
uomini e donne colpiti dal COVID e ridurre accessi e ricoveri nelle strutture
sanitarie. Stiamo inoltre già lavorando a nuovi progetti di studio per il
coinvolgimento di pazienti anche a livello domiciliare”.

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